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Storie, poesie e scrittura per i detenuti semplici, teatro per i sex offenders: è un percorso binario contro la violenza sulle donne quello che da marzo 2015 si sta tenendo presso la Casa circondariale di Cassino. Il progetto, sostenuto con i fondi dell’Otto per Mille della Chiesa Valdese (Unione delle Chiese Valdesi e Metodiste) ha un duplice obiettivo: promuovere in carcere – dove la relazione con il femminile è preclusa e spesso mistificata –  una narrazione maschile della violenza di genere e spostare l’attenzione dalle donne agli uomini, in linea con l’ottica più recente delle Nazioni Unite e con l’ultima campagna di sensibilizzazione HeForShe. Un richiamo agli uomini non violenti, perché prendano pubblicamente le distanze dalla violenza contro le donne e dalla cultura che la alimenta, e ancor di più a quelli violenti, che hanno commesso reati sessuali.

Il progetto si sta svolgendo con il sostegno e in costante collaborazione con la direzione e con tutta l’area educativa dell’istituto, che fin da subito ha dimostrato particolare interesse al tema, così come all’idea di volerlo affrontare attraverso il teatro e la scrittura.

 

Sex offenders: il teatro per riscoprire la socialità

L’esperienza teatrale indirizzata ai detenuti condannati per reati a sfondo sessuale (sex offenders), isolati dagli altri in un settore ad hoc, punta a sviluppare nei partecipanti il lavoro di gruppo e la socializzazione in un ambiente protetto e in forme nuove, nonché la riscoperta della propria sfera emotiva e degli strumenti per gestire le relazioni in modo da rispettare gli altri e se stessi. Una riflessione personale e di gruppo sulla propria condizione, vissuta attraverso il corpo e la voce, la propria e quella degli altri: un processo di embodiment che il teatro favorisce e amplifica. Nel momento della performance finale, con cui il laboratorio si concluderà, ogni detenuto potrà avere un’approvazione pubblica e un riconoscimento, nel contesto carcerario e all’esterno, in una veste diversa da quella abituale. Il programma mira così al recupero di un’adeguata autostima e di migliori capacità relazionali per rafforzare i fattori protettivi rispetto al rischio di recidiva, ricercando nella socialità e non nell’isolamento la prevenzione dell’aggressività e della violenza. Il laboratorio è tenuto da Paola Iacobone e Vincenzo Schirru.

 

Detenuti “comuni”: nuove narrazioni per nuove relazioni

Il laboratorio di scrittura, indirizzato ai detenuti ospitati nelle sezioni comuni, ricorre invece alla letteratura e alla scrittura per riflettere direttamente sulla violenza di genere. Ha aperto le sessioni del laboratorio un ciclo di incontri con professioniste e professionisti della parola: Stefano Brugnolo, docente di Teoria della letteratura all’Università di Pisa, Gabriele Aprea, scrittore umoristico, Adamo D’Agostino, illustratore della Walt Disney e sceneggiatore, Gaja Cenciarelli, scrittrice e traduttrice,  Vittorio Macioce, caporedattore del Giornale e ideatore del Festival delle Storie, e Loredana Lipperini, scrittrice e giornalista.  A settembre i detenuti partecipanti incontreranno anche Elisa Viscogliosi e Nadia Gabriele, operatrici del Centro antiviolenza Risorse donna di Sora (Frosinone).

Il laboratorio fa tesoro del progetto di narrazione collettiva e reading teatrale «Pugni nello stomaco – La violenza sulle donne raccontata dagli uomini», nato nel 2012 da un’idea di Manuela Perrone, giornalista e fondatrice dell’Associazione Tutto un altro genere, e di Vincenzo Schirru, attore e vicepresidente dell’Associazione. L’iniziativa dimostra l’utilità di incoraggiare e diffondere una narrazione maschile sull’argomento, che spinga gli uomini all’autocoscienza per esplicitare le ambivalenze e gli stereotipi che possono inquinare la loro relazione con le donne. Un obiettivo ancora più prezioso per un target peculiare come quello dei detenuti, costretti a vivere in un ambiente esclusivamente maschile e per di più sovraffollato e fortemente promiscuo, in cui la relazione con il femminile è negata, spesso calpestata e mistificata.

Il laboratorio, tenuto da Manuela Perrone e Paola Iacobone, si concluderà con la messa in scena da parte di attori professionisti dei testi scritti dai partecipanti al laboratorio, per permettere ai detenuti di ottenere un riconoscimento formale e artistico del lavoro svolto e delle competenze raggiunte.

 

Valutazione e follow up

Simona Perrone, psicologa in formazione psicoanalitica, seguirà l’intero progetto. Questionari appositamente predisposti saranno somministrati all’inizio e al termine a tutti i partecipanti, agli agenti penitenziari, agli educatori e alla direzione della casa circondariale, per una prima valutazione delle aspettative e degli effetti. Dopo sei mesi verranno ricontattati i soli partecipanti e sarà loro somministrato un nuovo questionario per valutare il percorso di vita che hanno intrapreso e le possibili ricadute del nostro intervento. L’indagine si ripeterà di nuovo dopo altri sei mesi, dunque trascorso un anno dalla fine dei laboratori, e tutti i dati raccolti saranno analizzati e confrontati tra loro per validare l’esperienza vissuta e analizzare i risultati.

 

Le voci dal carcere

I testi prodotti dai detenuti saranno infine pubblicati in un volume nel quale sarà analizzata e descritta l’esperienza svolta, anche attraverso le fotografie dei momenti cruciali di entrambi i laboratori. Al volume sarà garantita la più ampia diffusione possibile.