04-02-2016

L’introduzione all’evento finale del progetto Parole che aprono i tuoi occhi al mondo

Oggi si conclude un percorso che è cominciato nove mesi fa,
grazie a un’idea dell’associazione “Tutto un altro genere”, che presiedo,
grazie al preziosissimo cofinanziamento dell’Unione delle Chiese metodiste e valdesi con l’Otto per mille 2014,
grazie alla disponibilità della direttrice di questa casa circondariale
grazie alla collaborazione di tutto il personale, a partire dagli educatori
e grazie ai detenuti che ci hanno accolto e seguito.

Si conclude un percorso che ha avuto un obiettivo ben preciso: gettare semi per prevenire la violenza contro le donne, quell’odioso fenomeno che tutti a parole contrastano ma che continua a inquinare la nostra vita e le nostre relazioni.

Noi di “Tutto un altro genere” siamo partiti dall’assunto che caratterizza il nostro lavoro sin da quando siamo nati come associazione e che poi è stato abbracciato dall’Onu con la campagna “HeForShe”: per combattere la violenza contro le donne è necessario e urgente coinvolgere gli uomini, camminare insieme per elaborare nuove narrazioni, nuovi modelli, nuovi mondi. Le scarpe che abbiamo disposto qui sono il simbolo del messaggio che vogliamo lanciare: quelle rosse, a ricordare le donne che ogni giorno vengono uccise per lo più dai propri mariti, amanti, ex compagni; quelle scure, a segnalare che ci sono tanti uomini capaci di camminare accanto alle donne con rispetto ed empatia. Sono loro a cui guardiamo con fiducia. Perché sono i fratelli, i figli, i mariti, i padri che possono agire il cambiamento.

E allora quale luogo migliore di un carcere maschile, dove il rapporto con il femminile è negato, per seminare concetti diversi? Per incoraggiare una riflessione a tutto tondo sulle relazioni, sull’amore, sul dialogo, sulle alternative alla violenza? Abbiamo voluto chiamare questo progetto “Parole che aprono i tuoi occhi al mondo”. Un’espressione tratta da una frase del giornalista polacco Ryszard Kapuściński, che recita testuale: «Le parole che aprono i tuoi occhi al mondo sono spesso più facili da ricordare».

Ecco. Un pomeriggio a settimana abbiamo cercato di usare le parole per spalancare gli occhi al mondo: i nostri, e quelli dei detenuti.

Siamo partiti ascoltando le parole degli altri:
del professor Stefano Brugnolo, che è venuto da Padova per introdurci alla bellezza della letteratura invitandoci a scrivere per esercitare la memoria, per non dimenticare;

dello sceneggiatore e disegnatore Adamo D’Agostino, che ci ha mostrato le infinite potenzialità del nostro cervello che restano per lo più inutilizzate e che vanno espanse;

della scrittrice e traduttrice Gaja Cenciarelli, che ci ha sorprendentemente appassionato al romanzo distopico “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood;

della giornalista, scrittrice, conduttrice radiofonica Loredana Lipperini, che ci ha mostrato le gabbie degli stereotipi e dei pregiudizi, quelle a cui dobbiamo imparare a sfuggire;

del giornalista Vittorio Macioce, che ci ha lasciato una lezione importante: non esiste libertà senza responsabilità.

Alla fine di ogni incontro e per tutta l’estate abbiamo letto e scritto: siamo stati biblioteca, cineforum, luogo di dibattito, teatro, laboratorio. Poi, a settembre, siamo stati pronti per ascoltare la testimonianza delle operatrici dell’Associazione Risorse donna – Elisa Viscogliosi e Nadia Gabriele – che oggi sono qui con noi: la voce di chi sostiene le donne che subiscono violenza nel loro percorso di rinascita. E poi, ancora, a inizio novembre, abbiamo approfittato delle competenze di Valentina Cavalletti dell’ufficio orientamento dell’Università di Roma Tre per fare un viaggio alla scoperta delle nostre risorse. E abbiamo organizzato qui la nostra “celebrazione” della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne con un convegno e un reading.

Siamo arrivati  sin qui con un gruppo diverso da quello con cui eravamo partiti, e lo avevamo messo in conto: alcuni sono usciti, altri sono stati trasferiti, altri ancora sono saliti in corsa. Nel piccolo spettacolo di oggi non abbiamo potuto omaggiare gli sforzi di tutti. Ma speriamo possa servire da compendio di quel che è stato: dentro ci sono tutti i generi, dalla poesia all’invettiva, ma ci sono soprattutto i frutti di un esercizio che abbiamo ripetuto e ripetuto. Il role play. Perché niente aiuta, per noi che siamo animali relazionali, come mettersi nei panni degli altri. La formidabile risorsa dell’empatia, che ha sorretto anche noi. Lo disse mirabilmente la scrittrice inglese Maria Edgeworth: “Il cuore umano, a qualsiasi età, si apre ai cuori che a loro volta si aprono”.

30-01